Amatori
Rivenditore Montana Rivenditore Vitra
. …cosa dipingi . . . quando dipingi …ma da quando dipingi? . . .comincia quasi sempre così. . .

Quando si parla del lavoro che faccio con chi mi conosce meno; non è sempre facile e possibile
rispondere e dare un’idea, dire quello che si ha in testa, anche se questo sembra poco logico.
Perché dipingo? Ci sono cose difficili da dire, non è immediato parlarne in modo semplice ed
esaurire con una risposta un argomento che non è facile. In tanti anni di analisi introspettiva
non sono mai riuscito a trovare una risposta assolutamente convincente, le risposte ai capitoli
fondamentali della vita sono lunghe e controverse, si svolgono e si contorcono come la vita
stessa e non ho nessuna intenzione di fare il misterioso, il difficile. Sono perfino crudele con me
stesso e ho tendenza a scorticarmi, a scoprirmi, sono esigente e angosciato, sarà sempre così.
Fin dall’infanzia mi era più facile parlare, dipingere, disegnare e con maggior sforzo ho imparato
a scrivere, il mestiere più difficile, me ne sono accorto presto e scrivere è diventato una
necessità, talora un piacere, l’arte di scrivere è la più elaborata e insidiosa da perseguire.
Dipingere mi è apparentemente più facile, nasce in me come un sogno di cui prendo nota, sicuro
che il nocciolo c’è ma che continuerà a sfuggirmi, che mi accanirò a rivelarlo e mi lascerò deviare
e troverò altre strade, talora più buie che svelate, più insicure che certe e qui, allora, interviene
la provvidenza riservata agli artisti, fatta d’inconscio e di una seduzione che procede di pari
passo mentre si opera nello spazio recinto di una tela dapprima drammaticamente bianca e
sfidante, muta e provocatoria.
Mistero ce n’è a volontà, percorsi segnati meno che meno, anche se prima di disegnare e
inventare si è scrutata la biblioteca dei mille ricordi accumulati nella ragnatela dello spirito e
dell’esperienza.
Mi soccorrono memoria e magia, infondo l’artista è stregone e mescolatore di mille intrugli
pieni di colori cangianti che per mistero insondabile accosta e confonde, ritrova e plasma sulla
traccia di un libro che ha in testa e in pancia.
Quanto al fatto che io cucio le mie tele con svariate misure di fili e di penetrazioni degli aghi nelle
tele, ci sarà anche qui una ragione, ce n’è sempre una, difficile da identificare con sicurezza.
Di mio so che ho sempre sentito un fascino irresistibile per tutto quello che si definisce, in
sintesi, un tessuto, il più ricco e stupefacente ma, e non meno, il più povero e scalcinato,
abbandonato, violentato da ogni sorta di macchia e di erosione; considero tessuto la maglia
d’intonaco sui muri, il disegno delle tracce di ogni passaggio, i licheni e i muschi che si annidano
sulla pietra, un intreccio di fasci viminei o di corde legate al fusto di un albero, la corteccia degli
alberi, ogni frammento che incontro e che esploro per vederne la storia e ricomporlo con la mia
immaginazione, trasportandolo entro le mie, proprie, maglie stratificate perchè ne ricevano la
mia calligrafia.
La carta, il papiro, la pergamena mi attirano da sempre. Colleziono e conservo ogni pezzo di
carta o di tessuto che mi capita di trovare e lo studio attentamente dopo averne ricavato tutte
le sensazioni con gli occhi e il tatto, i colori, la testura, la consistenza, la velatura o la rugosa
asperità, l’odore non meno interessante di qualsiasi altra impressione.
Ho da dire che i tessuti e la carta mi affascinano e mi seducono, ovunque io m’imbatta su
materiali di quest’ordine, irresistibilmente li compro, li raccolgo, me ne approprio con la stessa
voracità di un ladro di feticci.
Questo rapporto ossessivo ha quasi l’ansia del collezionista maniacale e da vero collezionista
mi approprio perché ne ho già individuato una storia da costruire, forse già presente in me.
Questi manufatti hanno odore di uomo, di umanità più propriamente, in loro s’intravvede
l’impronta di una mente e di una mano, è questo che cerco, un contatto di pelle a pelle, le tracce
lasciate avvertitamente e quelle che si accumulano per ventura.
Il deposito di materiali tesaurizzati e inghiottititi nel mio antro fisico e mentale si apre e vi posso
scegliere ed elaborare, meditatamente, in tempi talora lunghi quello che si appropria di una
idea, poi, con una certa parsimonia lo applico e lo sommo incollandolo e cucendolo
ridisegnando con i fili di lino il disegno che mi aveva guidato a solcare la tela e a stabilire le forme
che il colore definisce.
Ritorno quindi come un artigiano a inventare le mie storie dipinte e scolpite per via di
sovrapposizioni, di restituzioni, e sulle forme che appaiono produco il passaggio del tempo:
ustioni, strappi, marcature di segni, piccole ferite, cicatrici e vitali rifioriture di colore e di vita
dapprima sepolta.
Si stabilisce per diversa opera uno scritto che diventa una biografia nella quale mi riconosco e
mi discopro. Nasce una lotta tra me e quanto produco, l’opera inesauribilmente nemica che mi
lascia raramente convinto, sempre insoddisfatto.
Afrika è un viaggio con la memoria attraverso tanti luoghi che ho toccato nel corso di numerosi
decenni di vagabondaggi nel mondo africano ove ho incontrato tante genti e mi sono immerso
nei loro riti e nella loro vita straordinariamente consumata e risorta, misteriosamente
sopravvissuta ad ogni oltraggio, rigenerata dalla potenza della vita che trae ogni risorsa dalla
natura indomabile e costruisce le sue fortezze beffarde.
La natura e l’anima della gente sono il tessuto che si offre alla mia immaginazione, in esso
appare la grande maschera tragica ed eroica del tempo, esageratamente difforme e incrostata
di esperienza, libera nel suo continuo interpretare la movenza dell’anima, la violenza e la pace,
l’ansia di difesa, il disprezzo per gli intrighi meschini di ogni schiavitù.
Riprendo qui qualche frase di Lionello Puppi, dalla sua prefazione al catalogo della mia mostra
Medea, Dignità e Inganno, a Venezia nel 2007 « … credo che per lui siano stati gli anni più
emotivamente frenetici e l’inizio di una storia di viaggi senza sosta, specialmente in Africa e in
America latina -che anche a me sono care-, lunghi soggiorni e infinite meditazioni nei deserti, a
contatto con gente che arricchiva il suo bagaglio di molteplici frammenti di memoria, a
confronto con realtà le più disparate, architettura e natura, riti e costumi che gli hanno fornito
un bagaglio mentale, fotografico e di disegni sui carnets che ha accumulato negli anni…nella
sua emozione, mi narra di luoghi che egli cerca ovunque per incontrare l’umanità e la bellezza
che da sempre egli vuole trovare, tra la gente, lontano dai luoghi della nostra realtà quotidiana;
io credo che sia veramente sincero e che ritrovi davvero il filo di quella grazia che insegue da
sempre e che lo induce a riprovare sulle sue tele, nel mosaico di materie che sperimenta, il
ribollire ed il mescolarsi di forme ove riappaiono le sue diverse immersioni in quel subbuglio di
fantastico e di poetico che vuole partecipare. »
Mi piace dare qui la voce ad una nota di mio figlio Edoardo Adriano che
ha tutta la freschezza dei suoi 18 anni e ha voluto brevemente incidere
un suo proprio pensiero in occasione di questa mostra.
"" Il XXI secolo è coinvolto in un processo di rivoluzionamento e
stravolgimento degli usi, delle relazioni, ma soprattutto dei valori
etici ed estetici tradizionali.
Il nostro tempo è preda di falsi valori di profitto e guadagno, di produttività
frenetica e accecante ma è il tempo dell'innovazione tecnologica; non c'è
molto spazio per la sensibilità.
Ecco perché uomini come mio padre risultano ancora più straordinari
nel loro desiderio di coltivare il bello, di rivalutarlo e di trasmetterlo
conservandolo.
Il bello che si esprime nell'arte delle civiltà moderne e nella memoria
di quelle arcaiche e antiche.
Afrika -scritti nel vento- è frutto di questa ricerca, è l'espressione della
sensibilità di mio padre, il prodotto di potenti suggestioni che ha fatto sue
riportando sulle sue tele gli odori e i colori dei mercati del Marocco, delle
terre aride della Mesopotamia e della Persia, lo splendore primordiale della
Valle dell'Omo, delle Ande e del Mesoamerica, l'atmosfera “misterica” dei
villaggi delle streghe in Ghana.
Questa potenza espressiva si concretizza nella matericità delle sue tele: ai
colori vivaci, che ricreano situazioni pregne di esotismo, si aggiunge la
particolarità dell’opera di mio padre: la sua anima.
Ed è questo che coinvolge chi le guarda, che mi assorbe e mi intriga ogni
volta che mi chiede di darne un giudizio; tiene molto in considerazione il mio
parere, e di questo sono molto fiero e onorato.
Ma è impossibile non essere trascinati dalla bellezza intima della sua
pittura, perché le sue tele sono espressione della sua passione, sono un
rimando alla sua interiorità e al suo profondo e sapiente gusto estetico e
chi conosce mio padre sa bene che è incontestabile. ""
Maggio, 2015

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