BENEDICTA 

A cura di Maria Lucia Ferraguti e Sofia Marcon

18 maggio al 29 giugno 2019

www.danielemarcon.it

Daniele Marcon nasce a Marostica nel 1965 e si avvicina al mondo dell’arte fin da giovane: frequenta l’Istituto d’arte di Nove e sulla spinta del suo primo maestro, Toni Zarpellon, inizia un percorso individuale che lo porta ad uscire all’aria aperta al fine di poter ritrarre la realtà che lo circonda. E’ questo un momento in cui utilizza toni espressivi di stampo vangogghiano, interrogandosi sull’uomo, sulla natura e sul significato della propria esistenza.

Marcon sviluppa presto un interesse per le culture “altre”, approfondito tramite numerosi viaggi e studi, per esempio sulle usanze e sull’arte degli aborigeni australiani: “…da loro” afferma “ ho preso il passaggio dall’olio all’acrilico e la cognizione della forma come elemento essenziale della vita privata e sociale.”
L’artista utilizza in questi anni totem e terre colorate, in una sintesi formale che lo avvicina sempre di più alla pittura astratta ispirata, oltre che dal segno deciso e simbolico di queste culture, anche dalla conoscenza approfondita delle teorie di Vassily Kandinsky.

A partire dagli anni 2000 inizia una nuova fase di riflessione: le tele si caratterizzano per accostamenti di stoffe dipinte e assemblate al fine di raggiungere l’equilibrio e l’armonia compositiva nell’accostamento cromatico.
Queste opere si pongono come una sintesi tra la il mondo del colore, impalpabile ma fondamentale mezzo di comunicazione e il mondo della materia, che si presenta nei lavori tramite l’aggiunta di inserti particolari, quali fili , fori e strappi.
In una continua evoluzione, negli anni successivi, le stoffe si uniscono, rinunciando alla manifestazione spaziale materica per concentrarsi nella resa della terza dimensione nel colore: tramite la sovrapposizione di velature progressive, in un processo lento e meditativo le tele si accostano ed evolvono, fino a raggiungere un’armonica tonalità che insieme racchiude ed esprime in sé stessa traccia di tutte le tinte precedenti.
Il colore è ora base ontologica indiscussa e trova rispondenza in una schematicità segnica e compositiva sviluppata nella sovrapposizione di chiari tasselli geometrici, accostati con un’equilibrata entropia espressiva.

Le opere si fanno tramiti di un’intensa riflessione ed espressione di un’arte di rivelazione che assume una profonda e specifica valenza spirituale.

I dipinti che oggi vediamo, ai quali l’artista lavora a partire dal 2017, sono il risultato di un ulteriore passo avanti nella ricerca. La tela torna ad essere l’unità frutto di una composizione e lo spazio trova espressione nell’inserimento di tasselli aggettanti o di scanalature profende, che attirano lo sguardo e portano il movimento della luce, modellando un nuovo colore che in sé ammette la consistenza della forma e lo sfasamento materiale dei piani.
Le tinte scorrono morbide sulla superficie, mutano con la luminosità dell’ambiente, crescono e si rivelano nel tempo e in una modulazione continua esprimono la realtà interiore dell’artista.
Frammenti di pensiero. Sono l’appropriazione e la resa di mondi che si intersecano ed insieme collimano: la natura, la spiritualità, l’amicizia, le difficoltà, la gioia per la vita.
Nel silenzio, offrono a tutti noi l’opportunità dell’ascolto interiore.

Le porte del silenzio

Sempre più spesso, nella nostra modernità, ci troviamo di fronte al problema del “tempo” e, soprattutto, del “non avere tempo”. Sempre più spesso sentiamo le ore e i giorni scivolarci fra le dita, vediamo arrivare la sera e di nuovo la mattina senza trovare un momento per fermarci e pensare. Gli istanti preziosi che dedichiamo a noi stessi, per conoscerci davvero, sono rari e sacrificati a favore di mille impegni e attività che si susseguono senza sosta.
Certo, non è così per tutti. Ma quand’è stata l’ultima volta che vi siete concessi un minuto per lasciare libero il pensiero, ascoltare il vostro respiro, pensare alla vostra vita? Per qualcuno sarà ieri, per altri forse mai, per voi in questa mostra potrebbe essere ora.

È questa la realtà dell’arte di Daniele Marcon: una via e un mezzo attraverso il quale è possibile ritrovare momenti perduti, attimi di calma e meraviglia, che avvolgono e conducono l’osservatore ad indagare l’opera e sé stesso, permettendo al pensiero di scorrere libero nel vasto mondo dei colori.
Spiritualità, meditazione e un profondo senso di pace. Ogni opera nasconde in sé un universo nascosto e silenzioso pronto a rivelarsi nelle sue sfaccettature allo sguardo di un osservatore attento, disposto a prendersi il tempo di vivere la tela, di entrare in essa e, a sua volta, permettendole di parlare al proprio essere.
Un’arte che spinge alla meditazione, dunque, quella che Daniele Marcon ci propone con i suoi ultimi lavori, frutto di un percorso di vita caratterizzato da incessante ricerca e riflessione.

Marcon comincia la sua attività artistica in giovane età, ispirandosi all’espressionismo e rielaborando in modo del tutto personale le tecniche Vangogghiane. Le opere di questo periodo dimostrano passione per il mondo naturale, soggetto dominante dei dipinti, e interesse per l’analisi del colore che si esprime nell’utilizzo di una tavolozza accesa e brillante e di una pennellata densa, chiaramente distinguibile per la sua corposità.
La componente materica viene esplorata in modo ancor più diretto e concreto negli anni successivi, quando l’artista si avvicina alla corrente informale e comincia ad inserire nella tela materiali raccolti nei lunghi viaggi che compie soprattutto in oriente. Egli predilige oggetti lavorati dal lento scorrere del tempo e dall’azione degli agenti naturali, dedicandosi di pari passo alle ricerche sul colore, il quale acquista nuovi possibili utilizzi e proprietà comunicative.
Dal 2009 Marcon giunge, infine, all’analisi quasi esclusiva delle potenzialità espressive delle cromie come mezzi privilegiati di comunione tra l’anima e il mondo e tra l’artista e l’osservatore.
Accostandosi alle grandi ricerche dell’espressionismo astratto americano e di Rothko in particolare, il pittore sperimenta gli equilibri e l’armonia derivanti dall’accostamento e dalla sovrapposizione delle tinte, inoltrandosi nel mondo del colore e facendo di esso la base ontologica del proprio linguaggio artistico.
L’opera è costituita, in un primo momento, dalla combinazione di tele e stoffe di diversa tramatura che, assorbendo le numerose stesure di pittura acrilica con tempi e modalità differenti, creano sfumature e dinamici effetti di chiaroscuro valorizzati ancor di più dal concreto movimento delle tele stesse, accostate dall’artista con precisione e impreziosite con tagli e cuciture.
Nel tempo, anche quest’ultima componente materica lascia spazio alla ricerca coloristica pura, le tele tornano progressivamente all’unità e l’artista si concentra sulla stesura delle tinte, che diviene sempre più attenta e controllata, ripetuta fino a raggiungere quell’armonia di sfumature capaci di comunicare sensazioni e sentimenti.

Uno spunto importante, in questa ultima fase della ricerca, giunge a Marcon da una personale rivalutazione dell’arte Trecentesca. In particolare a colpirlo è l’intensità e la luminosità dei colori utilizzati in epoca medievale, applicati con una forte saturazione e senza sfumature o mezzitoni, per sottolinearne il potere espressivo necessario a risaltarne il significato simbolico spesso legato alla sfera religiosa. In particolare sono le sgargianti vesti delle figure trecentesche, luminose campiture di colore puro, che attirano l’attenzione dell’artista, spingendolo ad indagare l’essenza comunicativa racchiusa nella piatta profondità di quei dettagli minimali, ma in grado di rapire lo sguardo e di stupire il pensiero.
Così, con un procedimento di progressiva semplificazione della linea e della forma e di trasposizione del dettaglio nell’ampio spazio del quadro, Marcon permette all’osservatore di immergersi totalmente nel colore, raggiungendo l’armonia e l’essenza delle tinte tramite un lento lavoro di stratificazione, che vede sovrapporsi elementi simili o contrastanti, ma ugualmente fondamentali per giungere alla sintesi e alla completezza finale. Le tonalità emergono e si liberano allo sguardo a seconda dell’incidenza della luce, in un divenire lento e progressivo, aiutando il pensiero a liberarsi e a scorrere senza limitazioni all’interno del quadro.

Di fronte al dipanarsi della tela non è possibile ignorare la forte componente spirituale sottesa a tutte le opere dell’artista. Non si tratta di una tecnica, ne di un elemento materialmente riconoscibile nel quadro, ma piuttosto di una sottointesa forza espressiva, uno sfondo in cui si legge l’energia e la convinzione del pittore che, in prima persona, comunica se stesso all’osservatore. Si tratta di una tonalità di fondo, arricchita dalle numerose e successive stratificazioni che la vestono e la rendono interpretabile, ma essa resta l’imprescindibile essenza dell’opera.

Anche in quest’ultima fase emerge, infine, la sintonia dell’artista con il mondo naturale, strumento necessario allo spirito umano per non perdersi nell’incalzare incessante della modernità, al fine di poter seguire la ciclicità lenta e vitale dello scorrere delle stagioni.
I colori evocano orizzonti lontani, tersi cieli estivi, evanescenti nebbie invernali, il calore della terra asciugata dal sole. Le opere sono aperte all’interpretazione dell’osservatore e divengono il tramite per raggiungere e riscoprire sensazioni, ricordi ed emozioni.

Evanescenze, dunque, che nella concretezza di un presente ritrovato permettono di evocare passati lontani, momenti futuri e pensieri nascosti. Un prezioso regalo a noi stessi.

The Doors of Silence

Time and the idea of “not having time” is one of the main problems of modern societies. More and more often we feel days and hours slipping through our fingers, we see a new evening and then a new morning come and we seem unable to find a moment to stop and think. We devote only few instants to ourselves, to try to get to know ourselves more deeply, and such precious moments are often sacrificed to keep up with the non-stop activities and engagements of our lives. Obviously, this may not be true for everybody. But, when was the last time you allowed your mind to roam freely and you were able to listen to your breath and think about your life? Some may answer: yesterday; others may answer: never. For those who are here at this exhibition, the time may be now.

That is what Daniele Marcon’s art is: a way and a means to recover lost moments, fragments of calm and wonder all around the observers, leading them to investigate the work in front of them and themselves, allowing their mind to roam freely in the vast world of colours.

Spirituality, meditation, and a deep sense of peace. Every work hides a silent universe ready to unfold itself to the eyes of the careful observer who takes the time to experience the work and enter it, and who allows the work to talk to his inner self.

With his latest works, which are the result of lifelong research and thinking, Daniele Marcon is inviting us to meditate.
Marcon’s first steps as an artist date back to his teenage years, when he was inspired by Expressionism and started a highly personal reworking of Van Gogh’s techniques. The artist’s passion for the natural world and his interest in colours are evident in his first works, which are characterised by vivid colours and thick, rich brush strokes.
In the following years, he gets closer to Informalism and his art gets more and more material. During his journeys, especially in the East, he starts to pick up objects and artefacts, most of them worked by natural agents and the slow passing of time, which become part of his works. At the same time he carries on his research on colour, which is used in different ways and takes on new communicative properties.
Starting from 2009, Marcon focuses almost exclusively on the expressive potential of colour, which becomes a privileged means of communion between the soul and the world and between the artist and the observer.
Getting closer to American abstract Expressionism, and Rothko in particular, the painter experiments with the balance and harmony deriving from pulling together and overlapping colours and he makes colour the ontological basis of his work.

Works are made of different canvas and fabrics, which, by absorbing several layers of acrylic paint in different ways and time, create shades and dynamic chiaroscuro effects, which are further emphasised by the movement of the canvasses themselves, carefully assembled and enriched by cuts and stitching.

This last material element eventually leaves space to pure research on colours; canvasses become whole again and the artist focuses on paint, which is applied regularly and carefully, again and again, until it reaches a harmony of shades that communicates sensations and feelings.

In this last phase, Marcon finds new inspiration in fourteenth-century art. It is the use of colour of medieval art that strikes him: the intense and luminous colours, applied with high saturation and no shades, so as to highlight their expressive power and symbolic meaning, usually linked to the religious world. The bright shades of medieval gowns and tunics, brilliant patches of pure colour, are used by the artist as keys to investigate the communicative essence enclosed in the flat depth of those minimal details, which can, nevertheless, enchant the eye and dazzle the mind.

With a progressive simplification of lines and shapes and the placing of the detail in the vast space of the painting, Marcon thus allows observers to lose themselves in his colours, whose harmony is the result of overlapping layers, made of similar or contrasting elements, all crucial to achieving the final synthesis and wholeness. Light makes shades emerge and meet the observers’ eyes in a slow and progressive movement that allows their mind to roam freely inside the painting, without any restrictions.
As canvasses come to life, it is impossible to ignore the spirituality underlying all of the artist’s works. This is not a technique or an element materially recognisable within the painting, but rather an underlying expressive force, a background on which we can read the energy and determination of the artist, who communicates his essence to the observer. It is a basic shade, which though enriched by all the layers that dress it and make it possible to interpret it, remains nonetheless the inescapable essence of the work.
In this last phase the artist’s harmonious relationship with the natural world is once again evident and is to be seen as an instrument helping the human soul not to get lost in the incessant advancing of modern societies and to follow the slow and vital cycles of the natural seasons.

Colour evokes far-away horizons, glorious summer skies, evanescent winter fogs, the heat of the soil dried up by the sun. The works can be freely interpreted by the observer and become a way to reach or go back to memories, feelings, and emotions.

Such evanescence, thanks to the reality of a newly-found present, can thus evoke a distant past, future moments, concealed thoughts. A precious gift to ourselves.

Testo: Sofia Marcon
Traduzione: Monica Santini

Il Viaggiatore

Ogni opera, un mondo. Osservandola, non possiamo fare a meno di percepirne in modo inconsapevole ed indistinto le insondabili profondità, l’esperienza di cui è impregnata, l’emozione e il sentimento.
Arte e vita, per Daniele, sono due concetti inscindibili, legati a doppio filo nell’esperienza quotidiana e si perdono l’uno nell’altro, dispiegandosi e completandosi a vicenda.
La concezione artistica di Daniele evolve, infatti, con lui nel tempo, attraverso l’esperienza e l’incessante ricerca di risposte a domande esistenziali pressanti, che lo portano a spingersi oltre, nell’arte come nella vita, in una continua ed ininterrotta evoluzione.
Parte integrante di questa ricerca, che lo costringe ad indagare dentro e fuori di sé, è senza dubbio, il viaggiare.
L’artista, infatti, sente fin da giovane una particolare affinità con le grandi civiltà orientali, di cui lo affascinano la storia millenaria e la cultura impregnata di un’intensa spiritualità vissuta quotidianamente in una realtà profondamente diversa da quella dalla società moderna.
Daniele, attraverso il viaggio, mira anche a riappropriarsi di quei valori che la modernità sembra aver perso in modo irreparabile. Egli si avvicina alle società rurali delle sperdute terre del Ladack e ai piccoli villaggi indiani di periferia al fine di riscoprire un rapporto genuino con la terra e il gusto di una vita antica, scandita dal ritmo della natura.
Ancora, egli ritrova la fiducia nell’individuo, nella disponibilità e nell’ospitalità data con gratuità assoluta: “Ho compreso quanto sia meraviglioso l’uomo nella sua accoglienza, soprattutto nella povertà. Noi abbiamo paura dell’individuo …” Afferma infatti l’artista, in riferimento a uno dei suoi viaggi più recenti.
Queste esperienze si configurano dunque come un allontanamento volontario dalla nostra società, un distacco momentaneo dalla frenesia e dalla diffidenza nel tentativo di riscoprire una vita basata su valori antichi ed autentici.
In questo senso va letto anche l’amore di Daniele per l’espressione artistica di questi popoli, che sfugge al tristemente famoso binomio arte-mercato, coniato e ormai saldamente assimilato dal mondo contemporaneo e privilegia, invece, espressioni semplici e dirette, dettate da precise necessità comunicative.
Tra queste comunità l’artista riscopre la forza primitiva ed evocativa del segno e del simbolo, e rimane affascinato da quest’arte “bassa” e quotidiana, vissuta nella purezza dell’espressione e dell’interpretazione degli uomini più semplici.
All’analisi delle numerose suggestioni sensoriali e visive segue sempre, poi, la rielaborazione personale delle esperienze vissute, che contribuiscono alla crescita spirituale del’artista e si manifestano nei suoi elaborati, frutto, appunto, dell’espressione più intima dell’io creativo.
È così che ci troviamo di fronte ad opere forti e vive, testimonianze silenziose di esperienze e racconti, pezzi dell’enorme puzzle della vita che, all’osservatore più attento, possono rivelare in attimi di consapevolezza improvvisi parte della propria storia.
È il caso ad esempio, di quelli che l’artista definisce “drappi”, in cui è possibile cogliere un velato riferimento alle preghiere che ogni giorno, in Tibet, vengono lette dal vento.
Ancora, troviamo l’utilizzo di pietre o pezzi di legno lavorati dal mare e dal tempo che estrapolati dal loro contesto originale, grazie ad un processo molto simile al ready-made di Duchamp, arrivano ad assumere significati nuovi e soprattutto una grande forza comunicativa.
“A volte noi perdiamo il senso delle cose. Per questo motivo ammiravo oggetti antichi e vissuti che, tramite l’utilizzo, potevano trasmettere la forza dell’uomo e della natura.”
Daniele così si esprime descrivendo tutti gli oggetti che, con un esperto uso del colore, immancabile elemento che caratterizza da sempre la sua produzione artistica, egli porta a nuova vita, elevandoli allo status di “opera d’arte” e dando loro la possibilità di narrare all’osservatore la propria, antica storia.
L’artista continua, dunque, nella vita come nella produzione artistica, ad applicarsi in costanti evoluzioni, dettate dall’esperienza verso nuovi gradi di consapevolezza.
All’inizio del percorso Daniele vede nell’individuo il centro della propria pittura. L’uomo , è il principale soggetto, nell’ebbrezza della sua forza fisica, ma anche nella sua più intima disarmonia, che l’artista conosce in prima persona e in cui vede riflessi i propri, profondi, conflitti interiori: il viaggio sarà uno dei mezzi tramite cui cercherà di rispondere alle domande esistenziali e di trovare un senso nuovo alla vita.
Con il tempo, in particolare, sempre più presente è in Daniele la consapevolezza dell’importanza del “viaggio interiore”, termine con cui egli indica i propri percorsi introspettivi e il continuo confronto con il suo io più intimo e, di conseguenza, con tutti i suoi dubbi, gli interrogativi, le emozioni.
Il viaggio, da questo punto di vista, consente all’artista di attuare una crescita spirituale profonda, che lo avvicinerà negli anni al divino e lo porterà alla convinzione che la vita sia Sua espressione meravigliosa ed infinita, opera d’arte per eccellenza.
Così, l’aver visitato diversi, numerosi paesi, ha aiutato l’artista a trovare l’essenzialità e il silenzio necessari per giungere alla consapevolezza di avere in sè le risposte spesso cercate altrove.
La più importante tra le esperienze, non può che essere il confronto sincero e privo di giudizio con se stessi, vissuto nella quotidianità.
Queste convinzioni si rifletteranno ampiamente anche nella concezione che Daniele ha dell’arte, in cui ora vede appunto la “manifestazione dell’energia divina, in ogni sua forma ed espressione”. All’uomo, e all’artista in particolare, spetta il compito di cogliere questa bellezza già creata, in quanto l’arte racchiude ogni espressione della vita.
L’artista, in quanto tramite, può aiutare l’osservatore a cogliere questa divina espressione, mediante una ricerca personale utile a se stesso e agli altri che mira a suggerire nuovi orizzonti di consapevolezza.

Daniele Marcon: www.danielemarcon.it

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