L’OGGETTO E LA COSA
di Salvatore Fazia
I bambini ci giocano, gli artisti pure, e il gioco è sempre
lo stesso, infilare un chiodo in un buco, e poi sospettare.
I bambini lo fanno, riesce sempre, gli artisti no, gli artisti
sono adulti e gli adulti non lo sanno:
gli artisti non si fidano, e vanno sulla metafora.
Si aspettano risultati più inquieti e invasivi, eversivi,
rubano i giochi ai bambini e se la fanno a gambe.
E’ accaduto a Joseph, artista di tante genetiche, com’era
accaduto a Freud: Freud racconta che una mattina che
la mamma era uscita, vede il nipotino, solo in camera,
che gioca con un rocchetto da spago, prima lo lancia al
di là della sponda del letto e quando il rocchetto sparisce
dice fort,e quando poi tira lo spago e il rocchetto riappare,
dice daaa.
Freud ha visto la scena e se l’è svignata, s’è ritirato in
camera e ha annotato l’avvenimento prezioso.
L’artista fa così quando resta solo, nell’esistenzialismo
negativo delle sue giornate invoca il gioco dell’arte.
Con Joseph di nuovo c’è che incontra la tecnologia del
nipotino, sta giocando con le costruzioni Lego, gliele ruba
e si isola, quando preso dalla malinconia fa il gioco del
chiodo e del buco, che a memoria diventano l’oggetto e
la cosa.
Ma, tutto questo che c’entra con l’arte?
L’arte è l’organizzazione del vuoto, il vuoto è la porta
d’entrata, l’ingresso, il buco è il vuoto, il vuoto è la cosa,
la nudità del fatto è data dal nudo della geometria, i cubi
sono nudi, l’articolazione avviene tra cubi, cubi maschili
e cubi femminili, lo scandalo non ha luogo, anche se la
cosa resta sola e deve fronteggiare la violenza del branco.
L’artista vi assiste, e contro il realismo del fatto invoca
la bellezza, anche per durare più a lungo, il desiderio
dell’estasi e del sublime è raggiunto prima che la jouissance
generi il collasso, e il caos possa precipitare il tutto
nell’abisso del non-senso.
L’ evento è questo: le tavole, una alla volta,  raccontano
le sfide tra l’oggetto e la cosa, nella soggettività copulativa
degli incontri e degli incastri, nel delirio dei convegni, dato
che l’accorrere dei rivali, e le mutevoli gerarchie che vi si
formano, portano al salto di qualità e al salto di quantità, e
questo ingenera il caos minaccioso della rovina.
Joseph non è nuovo a questo genere di “sconfitte” e di
“perdizioni”, ogni sua operazione d’arte ha questo di
speciale che l’evento di scena si apre e si dispone a scena
aperta, e a scena aperta lo stesso evento collassa e si
distrugge.
Dostoevskij osserva che la vera passione del giocatore
non è quella di vincere, ma quella di rovinarsi.
Sono pochi gli artisti che lo sanno.
Joseph è uno di questi.
“In ogni opera d’arte degna di questo nome – conclude
Lacan – c’è una costante tensione tra l’organizzazione
formale, l’articolazione di una forma e una forza caotica
che resiste a questa forma, tra la forma e la forza”…
nell’opera di Joseph, le ultime tavole sono una chiamata
all’evento e nello stesso tempo al giubilo frastornante
della complessità e della decorazione, come dev’essere
che sia e nella giocosità dell’arte.

La mostra rimarrà aperta al pubblico
dal 24 Giugno al 21 luglio 2018
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